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Momenti con destino .. Ho scritto: Giovanna Mulas



Esistono persone in grado di controllare il destino, la vita e la morte. In grado di comprendere quando è arrivato il momento del cambiamento e muoversi per affrettarlo, oppure no, ciò che poche volte durante una vita arriva ed è un ciclo come quello lunare, delle maree, come la Natura. In grado, infine, di capire quando si sta approssimando la morte e dagli altri accomiatarsi dolcemente, per non dare dolore, senza che il sospetto gravi o danneggi altre vite. Mia nonna era una di queste persone. La vecchia casa di Sisinnio era fatta di pietre e legno, a due piani. Attorno respirava il silenzio, in inverno gravido e raccolto, interrotto dal chiacchiericcio delle anziane vedove del paese, acciambellate tra scialli e fazzoletti, a sgranare rosari come speranze durante le poche ore nelle quali l’unica chiesa del paese teneva i portoni serrati. A lanciare anatemi per quell’anno in particolare che, dicevano, anno di disgrazia si annunciava. Forse anche Maria Farranka sarebbe uscita dal suo pozzo, dicevano, risvegliata da preghiere e richieste di perdono, pronta a ficcare gli artigli sui primi malcapitati, uomini o bambini poco importa e, dopo averli trasformati in maiali, li avrebbe mandati ad unirsi ( in quelle sue mille gallerie sotterranee scavate nel corso dei secoli) al popolo dei sos origantes. I venti della notte precedente, che sembravano essersi dati appuntamento a ridere e danzare attorno al paese, avevano scosso, azzuffandosi in ripetuti assalti, un’imposta scardinata della pensione Villa Santa Chiara & C che ora dondolava, stridendo con la tranquillità apparente del luogo. Quel vento io lo conoscevo bene, non è come gli altri: sa di rosmarino con retrogusto al limone di Sicilia. Di norma, appresso alla folata, mi arrivava la notizia: qualcosa di inatteso, buono o cattivo non importa, comunque strano. Questa storia del vento l’avevo ereditata dalla nonna materna, assieme alla faccenda dei sogni profetici. Qamar, mia nonna, era stata una donnona cieca nell’ultimo periodo della sua vita (ci raccontava che la cecità era una sua precisa scelta, stanca com’era di vedere le cattiverie degli uomini), con la gonna lunga da entroterra sardo, che parenti, compagni e amici descrivevano come una specie di Santona, una di quelle da sogni che si avverano, profezie, filtri d’amore e contro il malocchio. In paese si diceva che la nonna, appena sedicenne, fosse venuta dal mare, nona figlia di nove figlie femmine, tutte nate di luna piena. Aveva tatuaggi sul mento e nelle guance, camminava circondata da un nugolo di farfalle colorate, unica sopravvissuta alla grande pestilenza. Era bella, di bellezza fiera e aspra, come la mia isola. I seni e i fianchi robusti, pelle olivastra, occhi di aquila ardente e labbra tumide, i riccioli scuri, selvatici. Vero e’ che in comune con l’isola di Malta, le Baleari o la Corsica, la Sardegna, terra geologicamente più vecchia d’Italia, fu una delle ultime a ricevere l’uomo. E un giorno, quelli che sarebbero divenuti i suoi popoli, arrivarono dal mare: forse avventurieri dall’Africa caduti qui per caso a mò di dei in templi nuovi, forse per scelta, chi lo sa. Isola aspra di rocce e di venti, dove fumavano vulcani, dove vasti incendi spontanei di foreste “(…) illuminavano notti senza uomini”*. La nonna, essendo divenuta padrona assoluta per consuetudine non scritta ma con valore di legge dei beni già appartenuti ai defunti del suo villaggio, un giorno, stanca di governare un villaggio abitato da scheletri, corvi e cani randagi; decise di recarsi a dorso di cavallo arabo in altro luogo più ospitale, per donare tutto a chi le avrebbe mostrato generosità e accoglienza, in cambio di una capra, un orto e una casa vicina ad una fonte dove trascorrere la vecchiaia. Pare che durante il percorso si fermò al fiume per abbeverare quel suo cavallo nero come ali di corvo, nero e fiero come lei, e lì fu raggiunta da un capraro al quale raccontò, in una lingua a metà tra il sardo e l’incomprensibile, la fine del suo paese e lo scopo del viaggio.  Il pastore, sempre più incuriosito dalla figura enigmatica ornata di trine, collane e bracciali, tatuaggi sul mento e nelle guance; riuscì a convincerla ad offrire i beni al sindaco del suo paese,  dal quale avrebbe potuto ricevere un compenso adeguato a vivere nell’agiatezza per il resto dei suoi anni. La popolazione aveva accolto Qamar e il suo cavallo troppo alto con diffidenza: si era diffusa la voce che parlasse con le bestie e avesse un falco tutto suo, che fosse amica degli insetti e che non fosse battezzata. Qualcuno raccontava, davanti ai focolari delle sere troppo lunghe d’inverno, di averla vista, durante una notte di luna piena, alle radici del monte, nuda tra altre femmine nude, donne e cagne, a strofinare fianchi e capezzoli su muschi, tronchi e menhir, a unirsi carnalmente coi lupi. Comunque la sua offerta venne accettata, ricambiata con un terreno vasto più di dieci ettari, cinque capre, due maiali e soprattutto una capanna costruita vicino a una sorgente, come da sua esplicita richiesta. Questa località venne scelta ché lontana quasi un chilometro dall’abitato: la strega non doveva avere contatti con i cristiani, se non cercata appositamente. Alla coga la popolazione si rivolgeva perché invocasse l’intervento del Grande Spirito, per ottenere la guarigione di persone in preda a convulsioni demoniache o per finire i moribondi. E tutti i giorni all’aurora, a mezzodì e al tramonto, la nonna si tratteneva sull’uscio della capanna col viso rivolto verso Oriente a parlare con anime visibili solo a lei, per fare profondi inchini accompagnati a voce alta da parole e preghiere. “Adonay, tarabulis, arabonas, eloym, murgas, jerablem, dalzafios, abrox, balaim, gazal, Amen.”, sussurrava al vento che odorava di rosmarino con retrogusto di limone di Sicilia. E quando la nonna comprese (sentì) che il giovane e forte capraro l’amava di amore puro e disinteressato, scelse di trascorrere con lui il resto dei suoi giorni. Ebbero nove figlie femmine, tutte partorite di luna piena, e la nona, Aradia, ne partorì di luna piena altre nove, l’ultima delle quali sono io. Il nonno l’amò così, come il mare che viene, va e poi ritorna; sapendo di avere tutto di lei ma non lei, nonostante il Mare. Qamar solo lui così e davvero amò, come si ama solo una volta nella vita, di forza e passione e dolcezza, di rabbia e riscatto, fino alla fine dei suoi giorni e anche in quell’Oltre che soltanto le streghe, o certe donne, possono. Dicembre, per Sisinnio, era stato preceduto da un autunno caldo, di quelli che da anni non se ne vedevano così. Le fronde degli alberi, lungo il ciglio della strada che correva su Jenna ‘e Bentu maestoso, si estendevano braccia e mani verso l’orizzonte piombo, argento, le foglie arabeschi dorati erano e arancio, giallastri, sottili, arteriosi, riparo di Janas. Uno strapiombo c’era, e dava diritto all’ occhio, sulla destra del viandante e le colline gemelle, a seno di donna, ci si poteva arrivare camminando a piedi e in fila indiana, o su di un mulo. S’ incedeva zigzagando attraverso il sentiero stretto e ghiaioso che pareva sospeso così, per un filo di terra appena, in salita, e lo sguardo viaggiava avanti per non annegare nell’ abisso. Scivolava verticale, domato dalla prepotenza delle intemperie, spezzato in attimi distratti dallo spuntone di qualche roccia granitica e solerte, coraggiosa, vestita di muschi ed erbe rade anche d’estate. Lì aveva il nido l’aquila e lì, raccontavano i cristiani in quelle serate di camino crepitante e morti sempre presenti; stava s’ accabu, la fine. Qualche vecchio stralunato, in paese, uno di quei vecchi nati e cresciuti e pasciuti sempre al solito posto senza mai vedere (e senza il desiderio di vederlo) quel mare dell’isola che l’aveva fatto uomo; diceva che proprio in quel punto finiva la Sardegna, quindi il mondo stesso. Mondo di una sola stagione, fatto di canti di gallo e belato di pecora, di campana di chiesa, pane caldo di forno quando andava bene. E dicevano i vecchi che lì, fino a pochi anni prima, erano andati a morire i Re, i grandi capi che, arrivati ad una certa età o ad un punto irrecuperabile di malattia, quindi di fastidio per il resto del branco, si auto eliminavano dal gruppo, semplicemente scomparivano. Nessuno parlava, nessuno vedeva ma tutti, in realtà, sapevano.Il figlio del Re, l’erede, trascinava il padre lungo il sentiero, per ore ed ore lo trascinava, portandoselo sulla schiena nel viaggio più lungo ma sempre troppo breve. E il vecchio, mentre il figlio camminava lento, impedito ma fiero, si guardava attorno per l’ultima volta, forse piangendo ciò che era stato, o forse no; forse dignitoso e muto stava, nonostante l’impedimento di età o malattia, fiero di quel figlio così forte, sangue del suo sangue suo respiro senza lamento, che ora nell’ ultimo viaggio doveva trovare (avere) il coraggio di accompagnarlo fino alla cima del sentiero e lo strapiombo e lì accabare totu, finire tutto. Come suo padre prima, e prima suo nonno, e prima di ogni tempo conosciuto dall’uomo; come prima avevano fatto. Lo vedo parlare il vecchio, mentre il figlio lo trascina.  Parla, gesticola stanco e mugugna dei tempi passati e di ciò che sarebbe stato, forse o forse no, e venuto. O forse no. Parla di ciò che non ha detto mai ma che ora trova la risposta.  E ogni fonte che spilla dalla roccia grezza, ai lati del sentiero, antica ed eterna quanto il Re stanco; è per i due momento di pausa, di altra riflessione. E’ bere l’acqua ( tornare all’acqua ) e battezzarsi al destino, abbandonarsi senza combattere, in accettazione ora che, in questa età, non più rabbia e passione tengono le membra all’erta, ma consapevolezza.  Ed ecco che si arriva alla fine dello strapiombo, alla cima frastagliata. Lì, il sentiero finiva. Lì il Grande Padre, l’ Aquila Ardente, volgeva l’ ultimo sguardo al figlio. Lì pregava il futuro Re, se di carne e sangue e coraggio vero era fatto, di buttarlo di sotto. Accabaeminci, finiscimi. E l’aquila, al momento del volo, forse gridava.  Ma sono certa di no. Superando il lentisco trovavo il nuraghe, avvolto da altri cespugli incolti, pietre caduche, i corvi a fare da ronda diurna, cani randagi a guaire alla luna.  Fermo, possente come i pastori di capre e pecore bigie, all’osso per l’erba abortita anche d’inverno. Terra sarda, terra anzena, TerrArida de coro e alma, di storia maledetta e troppo lunga, di gente come corvi che non hanno mai imparato a volare e non hanno mai davvero voluto farlo. Nuraghe erto, torre in cima a una torre ch’era colle e collina assieme assediata da fusti di sughero rovente ed estensioni di ulivi osceni, piegati dai brusii dei fantasmi banditi, dagli occhi della gente che, come diceva comare Amantina: se l’invidia fosse stata una peste, tutti l’avrebbero presa.  I pastori erano guardiani di un eterno che neppure sapevano esistesse se non nella parola dei padri e dei nonni prima.  In paese si raccontava di una Fata Regina di quel nuraghe, che appariva solo alle anime scelte.  Si diceva che avesse amato solo una volta il suo Re, ma tanto da togliergli respiro ed anima e pensiero, tanto da lasciarlo andare, poi, scappare lontano affinché il suo amore non potesse togliergli anche la vita.  E si racconta che fu allora che la fata cominciò a perdere i pezzi del suo cuore, a perdersi nei meandri della propria mente.  Ogni passo, ogni volo, ogni luogo erano per lei ricordi, AmmentiFrammenti ‘e suferentzia. E in ogni passo, ogni volo, ogni luogo un pezzo di cuore naufragava nei tempi: cuore di fata debole, come debole è il cuore dell’uomo. E sedette sul nuraghe la Fata, e cominciò ad urlare per la disperazione. E l’urlo vento divenne e tempesta e uragano orrore di ogni creatura. E poi quiete.  Ed impazzì, la Fata.  Si dice che ancora vaghi in forma di civetta, la bocca di ciliegia divenuta becco scuro, duro d’osso, viola passita, pazza d’amore e senza mente e senza cuore, alla ricerca di chi non è più e non sarà mai.  Pare che, ancora oggi, la fata accolga ogni uomo venuto dal mare, come il suo Re.  Si raccomanda ai giovani uomini di stare attenti: al nuraghe non ci si deve passare in notti di luna piena, un po’ per le Panas di fiume, a battere i panni con le ossa infauste, un po’ per Sa Jana Reina, pronta a sedurre il suo Re per poi divorarlo a beccate ché nessun altra donna dovrà essere amata da lui. Sisinnio ci aveva sempre creduto alla Fata, diceva che l’aspettava. Che gliel’aveva promesso lei, e promessa di Fata è promessa mantenuta. Ora che gli anni erano passati, e così la giovinezza, l’uomo si guardava attorno e dove aveva creduto di vedere le nove teste rase delle figlie le sedie erano vuote, vecchie quanto lui.  Dove aveva creduto di vedere la giovane moglie, incinta dell’ultima creatura, intenta a servire i ravioli colanti di sugo all’aglio, lardo e menta e sussurrare antiche preghiere scacciadiavoli, in realtà c’era il buio e solo buio e quel brusìo di voci ora parlava di silenzi ché la sua Qamar sotto terra ora parlava, non più con Sisinnio. Due notti prima gli era apparsa, sua moglie, come frequentemente gli appariva in quegli ultimi tempi. Sisinnio conosceva il significato di quelle apparizioni: sapeva che stava avvicinandosi anche per lui il momento di partire. E doveva salutare la terra, le cose terrene che aveva conosciute e amate e odiate durante tutta la sua sconsacrata vita, salutare la terra prima che la terra aprisse le sue porte per accoglierlo dentro sé, farlo ritornare da dove era venuto. Qamar stava ai piedi del loro letto. Lui s’era svegliato di soprassalto e l’aveva vista così, seduta tra le coperte, giovane, pura come vergine e avvolta dalle farfalle, come l’aveva conosciuta non ricordava più quanto tempo prima. Aveva diciotto anni Qamar, e ritornava dal fiume carica dei panni lavati. Era bella, Sisinnio ricordava che cantava sempre; lui e gli altri pastori sapevano che si trovava al fiume a lavare quando ne sentivano arrivare, tra i mirti e i fusti di fico d’India, la voce: un canto di sirena acerba. Allora Sisinnio s’infrattava tra i cespugli e in amore, soltanto e semplicemente, la guardava lavare e cantare. Eccola lì davanti a lui, ancora, Qamar, due notti prima. Muta, sorridente.
-…muzere mea…-.
E Qamar, senza una parola, era scomparsa. Doveva salutare la terra, Sisinnio, prima d’entrarci dentro, salutare chi aveva amato e chi aveva odiato. Era arrivato il momento di farlo. Uscì di casa che la luna già si alzava prepotente, tra tetti e aie e le colline giù, all’occhio, parevano fianchi o corone, scrigni attraversati da cicatrici spurie, IncerteIrrequiete non segnate dalle mappe, quei fiumiciattoli magri e stinti come le pecore quando l’acqua manca e la terra abortisce d’erbe.
L’aveva seppellita lì, la bambina.
Erano passati trent’anni ma Sisinnio ricordava perfettamente il luogo, quel sughero leggermente curvo a destra, un ramo ad indicare il cielo, l’altro la terra, come se quella bara naturale fosse in realtà un tramite ardito tra un elemento e l’altro, tra spirito e corpo.  Un fico d’India era cresciuto estendendosi in maniera spropositata quasi ad abbracciare, cingere, proteggere l’albero e soprattutto ciò che l’albero nascondeva, ed erba fine, e fresca, a quell’ora della notte umida e tenera, confortata dal canto delle cicale e la fragranza orgogliosa dei cespugli di felce. Giunse dopo poco cammino nel bosco, attraversando il sentiero celato da corbezzoli e rovi. Fissò l’albero tra gli alberi e nel buio fitto non lo vide con gli occhi, lo vide con la mente.  E con la mente rivide Qamar, piantata come il sughero, ad indicargli la via senza parlare. Sisinnio annuì, cadde in ginocchio e mormorò antiche preghiere. Poi prese a scavare la terra brulla a mani nude, ficcò le dita forte e grattò fango e radici, scavò e scavò. Smise, alzò il volto al cielo e, davanti a lui, Qamar intimò “scava ancora”.
E Sisinnio scavò ancora, e ancora, e ancora che gli pareva di non dover mai finire di scavare. Toccò qualcosa, un sacco di tela grezza pareva.
E Sisinnio tremò al ritorno del passato: fu come uno schiaffo.
Ecco la bambina, una zingara figlia di zingari dicevano che fosse, in paese. L’avevano vista camminare per le strade con la madre mezzo nuda al fianco per qualche giorno, poi neppure più la madre s’era vista. Ed era andata, la bambina, a chiedergli del formaggio, mentre un Sisinnio ragazzetto pascolava pecore e capre ed il cane abbaiava ai corvi
E lui le aveva dato formaggio e pistoccu ed erano diventati amici, del resto zingari tutti e due erano, chi di corpo, chi di mente. E tutti e due bambini erano, chi di corpo, chi di mente
“E torna a trovarmi” le aveva detto Sisinnio
“E si” aveva risposto la bambina
Ed era tornata, per quindici giorni di fila, era tornata lì alla tanca, vicino a  su riu ‘e preda, al fiume, tra sugheri e canne e menta odorosa
E il sedicesimo giorno era caduta nel fiume
(lui voleva strapparle un bacio – l’unico- e lei era scappata ridendo)
E aveva battuto la testa sul fondale
Ma Sisinnio sapeva che nessuno l’avrebbe cercata perché la zingara, per gli altri, era Nessuno
E Sisinnio sapeva che avrebbero dato la colpa a lui di averla spinta nel fiume
E Sisinnio il Maresciallo Giommaria Trimarchi, un continentale,  non l’aveva cercato
Nemmeno avvisato, l’aveva
Senza vergogne aveva chiuso la zingara nel sacco che il suo padrone usava per metterci il resto da dare ai maiali giù in paese
E il sacco l’aveva seppellito piangendo
E sapendo di fare peccato sapendo che tutta la vita quel peccato l’avrebbe pianto e così davvero era stato
Sotto una piantina di sughero strana che a lei piaceva tanto perché curvava il fusto e aveva un ramo che indicava il cielo, l’altro che indicava la terra
La zingara era la prima che Sisinnio aveva davvero amato, senza saperlo.
Amata come gli angeli amano.
Qamar sorrise e Sisinnio uomo pianse,
e mia nonna scomparve
e Sisinnio gemendo pulì il sacco dalla terra,
 ( Perdonami Signore perdona il peccatore perdonami zingara ché seppellita da femmina e non da bestia dovevi essere, e non nascosta dalla vergogna degli altri
Perdonaperdonaperdonaperdona…)
E Qamar e sa Jana Reina eccole assieme alla zingara, Angelo bambina a dare una mano ad una ed una mano all’altra.
e Sisinnio comprese di essere stato perdonato,
dalla TerraDio, perdonato.
E con Qamar, sa Jana Reina e la Zingara Bambina danzò tutta la notte
Dicono che lo videro danzare su ballu tundu
E danzare e danzare e danzare
Fino a che il cuore gli scoppiò di danza e di felicità
E qualcuno lo vide danzare.
(E ancora oggi, attorno a quell’albero, qualcuno lo vede danzare).
Don Puddu coi suoi chierichetti, la mattina, bussò alla porta di Sisinnio per accoglierne la confessione e dargli l’ostia, come faceva ogni giorno. Lo vide così, mio nonno, che pareva addormentato sulla sedia. E don Puddu disse in paese che Sisinnio sorrideva, disse proprio così: sorrideva. In tavola undici scodelle e undici bicchieri avevano trovato
l’aria odorava di rosmarino…e quelle farfalle…oh Signore mio! Farfalle poggiate in ogni angolo libero della dimora!,
raccontò don Puddu ai carabinieri
…cibo fumante, come appena fatto. E una civetta silente abbarbicata sulla tredicesima sedia, le ali chiuse… il capo chino!
Lo ricordo bene io, nona figlia di nove figlie femmine, tutte nate di luna piena, tutte già più volte madri.

(da 'Racconti')

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